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XIV di
Giorgio Fontanelli
Il clochard e la
vita
di Enzo Cavaricci
SOLE SICILIANO di Giovanna Li Volti Guzzardi
Remoto di Giorgio Bàrberi Squarotti
Lettura
di Giorgio Bàrberi Squarotti
Vedo un uccello fermo sulla
grondaia di Eugenio
Montale
Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
di Eugenio Montale
Inadeguato
all'eterno di Ivano Mugnaini
Indissolubile
nucleo di Bruno Laganà
Poesie
di Amerigo Iannacone
Poesie
di Ambra Simeone
L'uscita mattutina
di Giorgio Caproni
Preghiera
di Giorgio Caproni
Lettura della poesia
XIV di Giorgio
Fontanelli tratta da Georgicon, V- V. Scheiwiller
1973
Giorgio
Fontanelli, drammaturgo, poeta, critico teatrale, (Livorno 1925 - 1995).

XIV
C'è il latte
all'ospizio ogni sera.
Perché non li lasciano bere?
Sarebbe più facile tutto,
finanche ignorarli od odiarli.
Quegli altri, là fuori, gli basta
un quarto di vino e d'un tratto
inventano il tempo e perfino
i gesti e le frasi che aggiustano
gli errori di tutta una vita.
Eppure si
sogna lo stesso.
Che un giorno la suora ti avverta
che s'è liberata una stanza
magari anche senza finestre.
Per questo c'è sempre qualcuno
che mette da parte monete
che scalda di febbre, e farfuglia
che lui deve vivere più a lungo
di tutti quegli altri, finché
non si sia comprato il suo posto
almeno nel campo dei morti.
E gli altri
lo guardano zitti.
Sono quelli che possono morire
a un giorno, a un'ora qualunque.
Per loro sarà come sempre,
sarà come ora all'ospizio,
la stessa vergogna a ricevere
i figli così, in mezzo agli altri.
Sarebbe più facile tutto, in
questo tutto vi è la più celere risoluzione per chi è ospite della casa
di riposo, che vedrebbe il suo tempo finale, di agonia alla vita,
drasticamente ridotto. Anche per coloro che devono accudirli,
materialmente e amministrativamente, sarebbe più facile: meno impegno di
personale, meno stanze da pulire, letti da rifare. "Casa di riposo", una
denominazione che è ironia della sorte, visto che può costituire, quella
forzata degenza, un'anticamera dell'inferno,forse già l'inferno morale e
fisico su questa terra.
A chi è fuori può bastare un quartino di vino per inventarsi il tempo; è
proprio il tempo che manca quando si è al ricovero, il tempo della vita,
quella associativa, quella che ci coinvolge con i familiari e con le
vicende di ogni giorno. Quando si è all'ospizio, il tempo si arresta, le
luci si spengono, il sole non guarda e non scalda più, si avverte
l'incolonnamento nel corridoio, con una moltitudine, verso la stanza
terminale, senza appello, senza ma. Il mondo fuori è altro, gira per
conto suo, in un vortice che può non piacere, dal quale ora, come
anziani, si è esclusi. Altro era la vita, qualsiasi vita, pur di
rimanere. Il tempo, chi è della vita, non ne fa tesoro, lo spreca in
mille ammannicoli, in mille contorte viuzze; il tempo, quel che ci è
dato, sfiorato dai raggi del sole, dai baci, è l'unico grande, vero,
tesoro. Chi ha il tempo è un signore, chi ha la possibilità di vivere
liberamente il suo tempo è un gran signore; non la ricchezza economica,
ma i sogni, conta il tempo di sognare, come hanno i giovani, loro
sognano e per questo sono gioviali, sorridenti, felici. All'ospizio non
c'è più il tempo per sognare, ma solo quello di raccogliersi, di
sparire. E' una legge naturale certo, si vive e si dovrà poi
morire,tutti, ma fa male, fa male il pensarlo, quando si è vicini, fa
male quando ne si è coinvolti: la cognizione della fine, certificare in
se stessi, e in chi ci circonda, che il processo è inesorabile,
inarrestabile. Sarebbe meglio se si risolvesse, dopo una adeguata
presenza, improvvisamente, senza il tempo di prenderne sufficiente
coscienza, ma non è sempre così.
Si inventano gesti e frasi che aggiustano gli errori commessi; finché si
è ancora coinvolti negli accadimenti della vita, si può ancora rimediare
a qualcosa, si può anche barare agli altri e a noi stessi, si può
costruire e inventare una felicità artificiale, ma la luce è un'altra
cosa; quando si è definitivamente al margine, non si può rimediare a
nulla, il tempo è scaduto. Nulla che possa divertirci, nulla che
costituisca felicità, visto l'abbandono, visto lo stato di
mendicanza in cui si riversa: atroce condanna dell'anima, guardare
ancora alla vita, mentre il corpo sta morendo.
In questo terminale dell'esistenza, si spera in qualcosa, che un giorno
si liberi una stanza tutta per noi, che ci faccia più appartati dal
volgo vociferante; i vecchi, oltre a rompere il silenzio, taluni si
fanno i bisogni addosso, vomitano, dormono in pose scomposte,
innaturali, al tavolo di cucina, fra altri tavoli: un girone del
lamento, della piaga umana, qualcosa che non ha più nulla della gioia
negli occhi dei bimbi riposta, l'anticamera già dell'inferno. Qualcuno
farfuglia di voler vivere di più per mettersi qualche soldo da parte, ed
avere almeno al camposanto un suo posto, tutto suo, che nessuno poi
andrà a vedere a rinfoltire e sostituire i fiori di plastica, con l'erba
alta del colore dell'abbandono. Triste quadro l'andare avanti e indietro
per il cimitero, i garofani in mano, a rinnovellar i pensieri che non
possono essere ascoltati, ma ciò acquieta l'animo di chi è vivo.
Gli altri in silenzio lo guardano. Coloro che fra i poveri sono gli
ultimi, nella società sempre al margine, a subire ogni angheria, ogni
speculazione, ed ora, anche al ricovero, non hanno diritto a niente,
possono morire in ogni istante; per loro, la comune vergogna di ricevere
i figli fra gli altri, senza diritto ad uno sguardo privato. Anche se
la fine tutti ci rinserra, vi è distinzione nella miseria, vi sono vari
stadi di povertà, ci sono sempre i più umili fra gli umili, i più
miserabili fra i poveri, perché il grado di sofferenza che ci viene
consegnato non è per tutti uguale; ciascuno si dovrà avviare all'ultima
stanza, quella in fondo al corridoio, ma c'è chi vi arriva con gli agi.
Lo sguardo di Fontanelli, in questa lirica, oltre ad interessarsi di uno
stadio della nostra esistenza, quello della miseria umana, fa
distinzione in questo frangente, cogliendo e velando d'amore fraterno
chi, sul globo che ruota, ha avuto per sé, in serbo, ancor meno
calore,più colma la propria individuale sofferenza.
Visto dall'alto, dalla distanza abissale dell'universo, che fa la stella
di nostra pertinenza una fra le tante, le centinaia e centinaia del
firmamento, che ci fa piccoli piccoli nello spazio e nel tempo infinito,
bisogna osservare che l'uomo, nella sua organizzazione sociale, nella
sua umana comprensione per la fragilità che in se stesso incorpora, non
dà una bella prova di sé.
27 settembre
2010
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Il clochard e la
vita
di Enzo
Cavaricci, tratta dalla pubblicazione "Premi Letterari" Edizioni E-etCì
2010
Enzo
Cavaricci, nato a Pontinia nel 1947
Il clochard e la vita
A sfridi raccattati da poesie limate
- esiguo insieme di versi disuguali-
è concesso un logico nesso
da memorabile tempo per questa china
pur se abusata la parola "amore".
Molliche - raccolte da scosse tovaglie
da balconi con vista -
che conservano ancora (miele e fiele)
- stereotipo antagonista - l'antico sapore
e profumo di te.
Smarrita per sempre (?)
la presa di bobina propulsiva.
L'eleganza frastornata del clochard
Nel blaterare sfatto dell'io occulto.
Nel perimetro dell'esistenza
l'egemonia dei precari affetti.
Inclini al perpetuo moto
esordi di incoerenza alla deriva.
Arrivederci (chissà) "amica mia"
ad altro tempo/ altro spazio
...altra dimensione:
ad epilogo diverso
condiviso.
Lo
sguardo è rivolto alla vicenda umana, allo spazio che ci circonda, al
"perimetro dell'esistenza"; in questa si muovono gli elementi
dell'affettività che sono dominanti. Nel testo si avverte l'angoscia di
un amore, quello della vita, frustrato, di un sapore colto e poi
sfuggito, quasi che non ci fosse stato il tempo, l'occasione per far
maturare, sbocciare un evento; ad altro momento, ad altra dimensione,
con una conclusione diversa, condivisa, è demandata altra sorte. Nel
percorso dei nostri anni, smarrita è l'energia che ci dà il sorriso,
quella che ci fa essere in linea, in armonia con la terrena locazione,
con lo stesso universo. Cavaricci soffre questa condizione e ce ne
trasmette il dolore. La visione dubbiosa sul futuro, la sommessa pena
per qualcosa che può non avere consistenza, può non essere nulla, nella
precarietà dell'essere, nella deriva dei giorni. Rimane il clochard, il
poeta, noi stessi, a sparlare "dell'io occulto", a parlare di se stessi,
nel tentativo disperato di fermare la propria immagine, la propria anima
nel "perpetuo moto".
Da "balconi con vista" ancora l'antagonismo fra le parti che segna il
nostro passaggio di amori e incomprensioni, di riso e pianto, vicenda
umana incline alla negatività dell'immagine piuttosto che alla bellezza,
all'autenticità dell'originale. Alla poesia, per mano del clochard, che
raccatta materiali residuali, in disuso, per strada abbandonati, il
compito di dare un "logico nesso", di aiutarci in questo impervio
cammino, pur se talvolta abusa di se stessa, del suo compiacimento.
Uomini autentici, frequentatori di marciapiedi, gli angoli bui, in
dimore di cartone, saranno capaci di restituirci, forse, la giusta presa
per riaccendere la luce, seppur virtuale, indicatrice della via.
26 ottobre 2010
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Sole Siciliano
di Giovanna Li Volti Guzzardi tratta dall'Antologia del III
Premio - Piero Cervetti 2010
Giovanna Li Volti Guzzardi (attualmente in Australia)
SOLE SICILIANO
Ascolto il canto del mio universo,
dove splendono gli aranceti
in una primavera senza tempo,
mentre limoni e mandarini
urlano in coro,
sotto lo sfavillio
del loro smagliante vestito
color del sole siciliano.
Un grido d'amore
che fa venire i brividi
al solo pensiero
di dover ripartire,
senza poter dire quando sarà
un altro ritorno!
intorno,
tra rocce e verdi colline,
si arrampicano dappertutto
i pungenti, saporitissimi,
coloratissimi fichidindia,
ed è la festa del cuore,
del cuore della mia Sicilia
che non vuol lasciarmi
andare ancora via!
La terra
madre, rivisitata, fra le braccia di lei accolti, nei suoi colori
sfavillanti, in un tempo al di fuori del contesto quotidiano, in un coro
della natura che ha il timbro della gioia, dell'amore, alla luce del
sole che oltre le colline, oltre la via, qui, illumina l'anima. I suoi
frutti, nutrimento autentico per le nostre umane viscere, linfa vitale
che ci dona i giorni, la vita; i frutti che risplendono nella nostra
mente per le concentriche adesioni al firmamento che si moltiplicano
come il segno dei sassi lanciati in uno stagno.
Un amore gridato, un amore delicato, un amore infinito che ci avvolge
individualmente, e tutti quanti insieme in un miracolo di presenza, nel
percorso dell'esistenza; un dolore che è un brivido, il risveglio,
partire che è un po' morire, cancellar con una spugna ciò che è il tempo
della vita vissuta, per entrare nel silenzio dei ricordi sfumati, dei
ricordi lontani. Il tempo della vita, del dolore stordente, gli occhi di
felicità brillando, al ritmo cadenzato dello stupore di ogni istante,
così breve trascorso in patria, così rapido ad evolversi come essenza
aeriforme. Il tempo lontano, in altro lido, in altro mondo, con un sole
che non è più splendente, fra gente altra, di tradizioni in dissonanza
di nostre convenzioni, al silenzio delle ore che fa lacrimare in segreto
il petto, lontani dai cari, dalla gioventù trascorsa, dal vento
dell'innocenza allora nascosta, ai ritrovi dei giorni, degli amori, al
sole grande dei baci; il tempo lontano pare non scorrere, par dilatarsi
all'eternità, raffreddar i germogli e far della primavera soltanto una
parvenza, il tempo della lontananza intristendo i pensieri, gli slanci,
ha il sapore della sospensione nel vuoto, quando vi è
incertezza del ritorno, quando del dolore è timore che sia troppo
grande.
I suoi
frutti, saporitissimi, inebrianti, in un turbinio di festa, di colori
tra le colline, il cuore della natura, della terra madre, della Sicilia,
che non ci vuole lasciar andar via, non vuol perdere ancora i suoi
figli.
8 ottobre
2010
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Da GLI AFFANNI, GLI AGI E LA
SPERANZA,
Remoto di Giorgio Bàrberi Squarotti,
ed.L'arcolaio 2008
Remoto
Meditabonda e nervosa, stringendo
le labbra scarlatte e scuotendo le chiome
luminose, la donna, in piedi, nella
lieve aurora aspettava: nero l'abito
sontuoso, ampio, ma nude le mammelle
piccole e tonde, che leggere un poco
si agitavano nell'ansia del cuore.
Più in là c'era la pianura e, forse,
la cima di una torre, e, solitario,
un colle di tenebrosi cipressi,
e l'ondeggiare altrove di un canale
che porta al più remoto lago. Quella
è la sua meta? Laggiù è la quiete,
dove deporrà sopra il prato tenero
il vestito, come un'ombra perduta
per sempre, ci sarà soltanto luce
e il suo candido corpo si potrà
confondere, disteso, con le enormi
rose ugualmente chiare e, trasparente,
una nuvola breve che sta, immobile,
sull'orlo della sua vita.
Rappresentazione figurata di
quello che potrebbe essere un sogno. Al di là dei simboli e
dell'allegoria che può anche trarre in inganno, vi è da apprezzare,
nella dialogazione fluida, la capacità di estendere il pensiero, le
immagini che si susseguono con ricchezza di particolari, rumori, sapori.
La natura espressa in tutta la sua spettacolarità, percepita e descritta
frammento per frammento. La bellezza femminile al suo pari si congiunge
in un quadro di insieme che fa apparire, in contrasto con la frenetica
realtà quotidiana delle auto e dei computer, una immagine d'incanto. Un
senso di fragilità accomuna bellezza e vita, tutto corre verso la quiete
"al più remoto lago" dove sull'erba lascerà il vestito "..come un'ombra
perduta". La morte concorre a dare alla vita la sua essenza di bellezza
assoluta e di fugacità. (P.S.)
26 dicembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Da GLI AFFANNI, GLI AGI E LA
SPERANZA, Lettura di Giorgio Bàrberi Squarotti ed. L'arcolaio 2008
Lettura pubblicata sulla rivista TALENTO n° 3/2010

Talento
AA.VV n° 3/2010 Lorenzo Editore
Via Monza, 6 - 10152 Torino
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www.loredi.it
La lettura
La donna, molto corti e irti i
capelli
neri, leggeva lentamente un libro
massiccio, con la copertina rossa,
seduta, un poco curva, sul divano
di cuoio: ogni tanto arresta la lettura,
alza il volto verso il cielo perlaceo,
come interrogativa o solo stanca,
guarda la nube rotonda che si è
fermata su di lei per contemplarne
pudica la sicura nudità,
poi appoggia le braccia sullo schienale,
rabbrividendo perché è freddo e ostile,
piega un poco la coscia destra, dando
uno sguardo furtivo al proprio segno
segreto. Si ode lontano il brusìo
di un'acqua ventosa, lago o canale
o solo una fontana oltre le pagine
le parole, prende un foglio, cerca
una matita invano per appunti
(forse deve studiare, per esami),
infine posa il libro, sospirando,
sopra il tavolo di vimini c'è
una bottiglia di rosolio, beve,
di fianco c'è una mela rossa, lenta
la morde, sembra addormentarsi, oppure
rimedita con gli occhi semichiusi
quello che ha letto quanto il giorno dura,
finché la prima stella si solleva
e si specchia nel suo corpo, felice.
In questa poesia, più che in
altre, avverto la "costruzione fantastica", intesa sempre come valore,
rimanendo costante la bellezza delle figurazioni, la scrittura pulita
che dà dell'immaginazione una visione perfettamente aderente. Non so se
in Bàrberi Squarotti la donna è simbologia di bellezza assoluta, un
po' l'avverto nel suo "dialogare": la donna giovane, oltre che
espressione della bellezza, esprime la purezza. Si percepisce la lentezza con cui qui si muove la figura femminile,
lo sguardo dell'autore che con sereno scandaglio disegna
l'intorno come sotto l'effetto di una visione. Non manca il
richiamo erotico che non guasta, sua prerogativa, colore che ad altri
colori della creatività si congiunge. Gli elementi della natura evocati,
con la solita profonda veridicità, qui con l'accostamento della lettura,
come fosse questa ultima la fonte del sapere, a cui si può attingere ricevendone un
bene che concilia con il proprio corpo in conseguenza "felice". La stella luminosa
che in lei si specchia, dalla lettura conquistata: armonia e
gratificazione di un connubio fra natura e pensiero umano. (P.S.)
29 dicembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Vedo un uccello
fermo sulla grondaia
di Eugenio Montale -Satura II -
(1968) - Arnoldo Mondadori Editore 1971
Lettura pubblicata sulla rivista POETI E POESIA n° 19 aprile 2010

Poeti e
Poesia (Mappe e Percorsi ISSN 2035-9535)
N° 19 aprile 2010
Pagine - Via Gualtiero Serafino, 8 - 00136 Roma
poesia@pagine.net
www.pagine.net
NOTA DI
LETTURA SU UNA POESIA DI EUGENIO MONTALE CHE TRATTA DELLA " FELICITA' "
Eugenio Montale nasce
a Genova il 12 ottobre 1896. Nel 1975 gli viene conferito il premio
Nobel per la letteratura. Muore a Milano il 12 settembre 1981.
"L'argomento
della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione
umana in sé considerata; non questo o quell'avvenimento storico. Ciò non
significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo
coscienza, e volontà, di non scambiare l'essenziale con il transitorio."
(Intervista radiofonica del 1951).
Eugenio Montale - Satura II
- (1968) - Arnoldo Mondadori Editore 1971
Vedo un uccello fermo sulla
grondaia,
può sembrare un piccione ma è più snello
e ha un po' di ciuffo o forse è il vento,
chi può saperlo, i vetri sono chiusi.
Se lo vedi anche tu, quando ti svegliano
i fuoribordo questo è tutto quanto
ci è dato sapere sulla felicità.
Ha un prezzo troppo alto, non fa per noi e chi l'ha
non sa che farsene.
Una
immagine figurata di elementi della natura: "..un uccello fermo sulla
grondaia", "..il vento". Sono simboli di una felicità quasi
irraggiungibile, dove gli stessi vetri costituiscono barriera alla
corretta visione, qualcosa che impedisce, e chi, questa felicità ce
l'ha, non ne sa godere. Noi stessi, nella nostra giovinezza, quando
dovremmo essere - naturalmente - felici, cerchiamo sempre altro,
qualcosa lontano come se - tutto - fosse al di fuori del presente
che ci circonda. "Se lo vedi anche tu...", quasi a chiedere
condivisione, conforto della propria percezione che è minimale, ma
connotato di intima gioia, qualcosa di estremamente labile, come
la presenza di un uccello che subito può spiccare il volo. La
natura che ci circonda, il nostro pianeta nell'universo di stelle, sono
elementi di felicità, particolarmente nell'età matura quando la
giovinezza è sfumata e il nostro animo di altre luci si colora con
una acquisizione di un momento, sempre fugace...
Quando scrive questa poesia l'autore è settantenne, nel pieno della
maturità di uomo e di poeta; le sue parole riflettono esattamente quello
che è il suo pensiero, la sua "filosofia": la felicità ha il connotato
di una bellezza effimera, fragile, volatile che non ci è dato di
cogliere. La felicità è quello che si intravede, ma non si può prendere,
è qualcosa che si intuisce, ma non si può percepire in modo concreto, è
qualcosa che sembra, che non ha concretezza, che pure esiste. Forse non
si raggiunge la disperazione in Montale perché c'è questo spiraglio,
questa visione di sogno che per un istante, solo per un istante,
illumina il giorno. Io nel 1968 ero quasi alla fine degli studi nautici,
ed avevo vent'anni, era la stagione del '68 che coinvolse i giovani di
allora in una ondata di ribellione collettiva. Poco sapevo del '68,
"recluso" come ero nel collegio che si protraeva da anni, la cosa che
più mi colpiva e mi riempiva la mente era l'amore, da poco conosciuto,
quella era per me una esplosione di felicità. Iniziavo comunque a
prendere coscienza, con gli anni in modo sempre più netto, di una mia
distonia con le vicende quotidiane sociali: iniziavo a meglio
interpretare una voce interiore che pareva farmi vivere, nella
quotidianità, un'altra vita. All'inizio trovandomi impreparato e
all'esterno disarmato, poi, con il tempo, ho tenuto a tutelare, a
mantenere riservato quest'altro "sentire", trovandomi doppio e spiazzato
nei contesti di ogni periodo: praticamente vivevo una vita parallela.
Solo in età pienamente matura, quando ho potuto smettere il lavoro
industriale, le due vite sono andate quasi a combaciarsi. Ora sono
quello che ero e non davo a vedere, ora vorrei essere quello che sono,
la vita, chiamala "felicità", come allora però pare prendersi gioco di
me e, pur modificando la sua veste, per scherzo mi sfugge. Ora che ho
quasi l'età dell'autore, quando scrisse la poesia, con un decennio meno
a dir la verità, non voglio appesantirmi, in un periodo decisamente
diverso dove l'informatica, la comunicazione in genere ed altre
discipline tecniche hanno modificato i comportamenti di massa e la
nostra vita individuale, in merito alla "felicità" credo non ci sia
nulla da eccepire a Montale, rimane intatto e valido il suo pensiero, ha
trattato in modo giusto e con sufficiente distacco un tema universale
che prescinde dal contingente nostro modo di vivere, noi oggi, così
abili nel fabbricare beni e paradisi artificiali.
3 gennaio
2010
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Ho sceso,
dandoti il braccio, almeno un milione di scale
di Eugenio Montale - Satura -
Xenia II - 5 - Arnoldo Mondadori Editore 1971
5
Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tutt'ora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti
il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Lo svolgersi del pensiero
poetico è, come al solito, agile, perentorio, non lascia spazio a
giochi di parole, ad inutili intellettualismi. La constatazione che non
vi è nient'altro che la propria fragile condizione umana.
L'intelligenza, con lucida analisi, scava all'interno dell'essere
mettendo a nudo tutta la propria manchevolezza. Nelle sue parole una
quiete rassegnata, ma emerge un disperato bisogno d'amore che si
conclude in una amara solitudine. L'amore ha colmato per lungo tempo i suoi "vuoti", poi la sua perdita,
così questa poesia può far intendere che nell'abisso in cui il poeta
poco a poco é sceso é stato l'appoggio dell'amata che lo ha sostenuto,
sono le sue pupille, "sebbene tanto offuscate", con cui ha guardato il
mondo. Ed ora che lei non c'è più, la dinamicità della vita più non lo
tocca, è ad ogni "gradino" sull'orlo del precipizio; il tempo impiegato
dal pensiero a scandagliare il dolore dell'anima nella sua
incapacità di vivere.
Ho memoria di aver sentito Montale dire, in una delle sue ultime
apparizioni televisive, se non ricordo male, ma il concetto era quello:
"..ho vissuto al cinque per cento; per favore non aumentate la dose"!
(P.S.)
23 dicembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Inadeguato
all'eterno di Ivano Mugnaini - Felici Editore 2008
Inadeguato all'eterno
Se le braccia spalancate
della ragazza nuda
avranno la pietà del miele
selvatico, se il suo sorriso
enigmatico, sconosciuto e impuro
ti darà la certezza del corpo
e del cuore, senza cercare
niente di più, ora, del battito
delle tempie e del fuoco del sudore,
avrai il dono scabro, essenziale,
di un attimo: l'istante leggero e violento
in cui ti senti vivo,
seppur fragile, sporco,
inadeguato all'eterno.
Unita ad una elevata
capacità linguistica, mi colpisce l'estensione dell'argomentazione, la
profondità del "ragionamento", nel quale emerge puntuale un'angoscia
esistenziale, quella del non saper o poter vivere. Una poesia intrisa di
dolore, la consapevolezza, argomentata con lucida analisi e mirabile
immaginazione, della propria impotenza, della propria "inadeguatezza
all'eterno". E' una lettura che toglie il sorriso, che rivela la
precaria condizione umana, ed ha forse nella sola "poesia", nel sogno,
la speranza. (P.S.)
novembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Indissolubile
nucleo di Bruno Laganà -
Silloge edita da Leonida Edizioni 2009
Linguisticamente alto,
scorrevole, pacato; contenutisticamente ricco di vita, intenso,
sofferto, non privo di speranza nella testimonianza d'amore che lo
eleva.
P.S. novembre2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Poesie di Amerigo
Iannacone dal testo antologico Parole di Poeti - Ed. Eva 2009
E' una poesia che si
distende senza contorcimenti intellettuali, ma come fosse un rivolo
d'acqua scorre fluida, limpida dalla sorgente da cui deriva. I temi sono
quelli della vita, di chi maturo e disincantato guarda con occhio
dolorante all'esperienza terrena. Nell'accelerazione del tempo, di per
sé minaccioso, vi è il timore di non riuscire a cogliere il senso dei
giorni; la vita forse "delude", ma va comunque vissuta, anche se ci
appare "estranea". La presenza fatta di assenza che angoscia l'uomo da
sempre, in particolare l'uomo contemporaneo "assordato dai rumori",
"accecato dalle luci intermittenti dei neon", assorbito sa "inutili
problemi" che "velano l'amore", l'uomo devitalizzato; il motivo di
fiducia può venire dalla terra, dalla natura, e dal tempo dell'infanzia,
in cui ritrovare "gli odori i colori i sapori", la propria identità
originale, ma con lucida analisi si dice: "Nessun ritorno è possibile".
(P.S.)
dicembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Poesie di Rita
Iulianis dal testo antologico Parole di poeti - Ed. Eva 2009
I temi della vita sono
espressi con linguaggio lineare, immagini figurative chiare. Dolente e
pacata la riflessione sfiora i momenti, gli argomenti, ponendosi anche
fuori dal globo terrestre per una visione che supera i contorni
individuali fino ad arrivare all'intera umanità. Il legame con la madre
che da un mondo all'altro non si spezza, ma costituisce elemento di
continuità, in una semina, per la componente terrena, e in una
"Primavera senza tempo...", per la componente spirituale, dove sarà
possibile la ricongiunzione in armonia con l'universo. La "beffa
infinita" della vita trova forse motivo di riscatto nella testimonianza
"d'Amore" che la poesia rilancia "ai figli di domani".
(P.S.)
dicembre 2009
FINE PUBBLICAZIONE
Inizio

Poesie di Ambra
Simeone dal testo antologico Parole di poeti - Ed. Eva 2009
La parola è scorrevole ed ha
forza espressiva, è dura come una pietra, esprime la sofferenza
interiore, di un'armonia non riconosciuta nel contesto sociale. Si
coglie lo smarrimento, il disincanto che nasconde il bisogno d'amore.
Quell'amore che sgorga con difficoltà nella società dei consumi dove
"...tutti abbastanza pessimisti / tutti pressoché freddi e calcolatori /
tutti alquanto inclini inderogabilmente alla rabbia compulsiva", " e
stitici irrimediabilmente d'amore.
Lo scrivere come denuncia di una società e di una esclusione. La natura,
nella sua dimensione cosmica, "il cielo azzurro / grigio sorride al
traffico di anime in pena e guarda / la solitudine dei reclusi.", pare
costituisca un punto di riferimento per il futuro cammino. (P.S.)
dicembre 2009
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L'uscita
mattutina
di Giorgio
Caproni, da IL SEME DEL PIANGERE
(1954 - 1958)
L'uscita
mattutina
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d'oro, usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L'ora era di mattina
presto, ancora albina.
Ma come si illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Corso Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva i neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l'andatura
ilare - la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all'opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un'ape regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettìo la contrada.
Versificazione al solito fluida, emozionale, le parole calibrate che
servono a tracciare un quadro di aerea suggestione. Vi è tutto il
sapore della giovinezza, della bellezza, lo stupore; ed anche l'amarezza
nostalgica per un qualcosa di meraviglia che presto fugge, rimanendo nei
corridoi oscuri della memoria. Scendeva le scale "Annina", ragazzina,
mordendosi la catenina,"lasciando nel buio una scia" che a lungo
durava. L'alba carica di promesse, ma non ancora pienamente
risplendente, in lei trovava, illuminando tutta la contrada, la sua vera
luce, risvegliandola con il suo "tacchettio", con la sua purezza di
"bimba". Tutti la conoscevano nella sua figurina, tutti si sentivano
vogliosi di fare, contagiati dal suo bagliore in rapido passaggio.
(P.S.)
26 dicembre 2009
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Preghiera
di Giorgio Caproni, da IL SEME DEL PIANGERE
(1954 - 1958)
Preghiera
Anima mia
va' a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fa' un giro; e, se ne hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.
Proprio quest'oggi
torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d'oro che lei portava
sul petto, dove si appannava.
Anima mia, sii
brava
e va in cerca di lei.
tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.
Intensa e dolente questa poesia, di mirabile figurazione, di suggestione
per chi legge trovando, in comunanza con l'autore, lo stesso dolore, la
stessa commozione ad ogni lettura, specie se condizioni temporali di
vita sono simili.
L'anima del poeta, come fosse un fantasma, con la candela in mano in
cerca della madre se "è ancor viva fra i vivi". Lui torna deluso da
Livorno, ma lei avrà miglior ricordo della camicetta e del rubino che
portava. Un desiderio infinito, extraterreno di rivederla, un ricordo
sul filo dell'emozione che fa delle parole atmosfera triste e sublime:
l'amore che supera le barriere dell'umana convivenza, travalicando i
mondi, grida la sua voce sommessa ed al logorio del tempo non si
arrende. (P.S.)
dicembre 2009
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